Rischi della mastoplastica additiva

L’aumento del seno attraverso l’intervento di mastoplastica additiva e l’utilizzo di protesi mammarie è da considerarsi al pari di un qualunque altro intervento chirurgico e come tale non è esente dall’insorgere di rischi o complicazioni che possono verificarsi durante l’intervento, nell’immediato post operatorio o nel lungo periodo.
Vediamo insieme quali sono le complicanze che possono insorgere dopo l’intervento di chirurgia estetica per aumentare il volume del seno e quali le possibili soluzioni prospettate dal Dott. Clemente Zorzetto chirurgo estetico.
L’ematoma che si crea dopo la mastoplastica additiva non è altro che una raccolta di sangue localizzata in prossimità della cavità (detta anche tasca) che contiene la protesi mammaria ed è una conseguenza del sanguinamento dovuto all’intervento chirurgico per l’aumento del seno. Può verificarsi a poche ore dopo l’intervento stesso o, più raramente, nei giorni immediatamente successivi.
Nel caso in cui l’ematoma sia di dimensioni circoscritte e, soprattutto non aumenti nel tempo, si attende il riassorbimento spontaneo (la maggior parte dei casi), nel caso in cui invece l’ematoma continui ad essere alimentato e scarsamente incline all’emostasi spontanea (riassorbimento) è doveroso procedere al relativo drenaggio in ambiente sterile (sala operatoria) al fine di evitare la lacerazione dei tessuti circostanti, il rischio di compromettere i punti di sutura e favorire il processo di cicatrizzazione.
In questo specifico caso gioca un ruolo decisivo l’esperienza del chirurgo plastico che deve saper riconoscere le differenti casistiche e, soprattutto, deve saper decidere tempestivamente quando e come intervenire per limitare il più possibile ulteriori complicazioni.
Un ematoma non trattato in modo adeguato può dare origine ad infiammazione con tutti i rischi che ne derivano.
Sebbene elencato tra i rischi o complicazioni della mastoplastica additiva che si verificano a breve termine, Il sieroma può verificarsi anche a distanza dell’intervento e si manifesta con la formazione di liquido nella zona interessata dall’intervento stesso.
Nella maggior parte dei casi si assiste al riassorbimento naturale mentre in altri è necessario intervenire drenando la parte interessata (quindi permettendo la fuoriuscita del liquido) ed anche farmacologicamente attraverso la prescrizione di antibiotici per evitare il rischio di infezione.
L’infezione dopo l’intervento chirurgico per l’aumento del seno è un rischio da mettere in conto come per ogni altro intervento e causato da molteplici fattori tra cui i più frequenti: esposizione dei tessuti del seno ad un ambiente (sala operatoria) non adeguatamente preparato e scarsa accuratezza nel maneggiare le protesi mammarie.
Il dolore, anche acuto, nella zona superiore del torace ed alle mammelle è il sintomo principale dell’infezione che si contrasta utilizzando antibiotici. Nel caso in cui la cura farmacologica non dia esito positivo è necessario intervenire nuovamente per la rimozione degli impianti protesici ecco perché l’infezione è vista come una delle principali cause di rigetto delle protesi (estrusione).
A questo punto appare evidente che la scelta della struttura ospedaliera o clinica, del chirurgo plastico e dello staff medico in generale è fondamentale allo scopo di limitare il più possibile i rischi derivanti dall’intervento di mastoplastica additiva.
Tra i rischi della mastoplastica annoveriamo anche la necrosi cutanea, che può verificarsi durante le prime settimane e che consiste nel rigetto delle protesi con la morte del tessuto circostante alla zona in cui è avvenuto l’intervento. Solitamente, si presenta in seguito ad un ematoma o ad un sieroma o talvolta anche a causa della troppa fragilità dei tessuti di rivestimento.

Rischi mastoplastica additiva nel lungo periodo

La contrattura capsulare a seguito di mastoplastica additiva o mastopessi con aumento del volume del seno utilizzando protesi mammarie è uno dei rischi imputabili all’eccessiva difesa che il corpo della paziente pone in essere a seguito dell’introduzione di corpi estranei, le protesi appunto. La contrattura capsulare è quindi un rischio non ascrivibile al chirurgo plastico bensì alla reattività della paziente.
Nello specifico: dopo la mastoplastica additiva e quindi a seguito dell’introduzione delle protesi queste vengono circondate da una capsula detta periprotesica che, andando a comprimere in maniera ossessiva il corpo protesico, ne causa l’indurimento a vari gradi (secondo la classificazione di Baker) e, in casi più gravi, provoca anche la deformazione delle mammelle ecco perché è possibile scartare l’addebito chirurgico.
I motivi per cui la contrattura capsulare si verifica e, soprattutto, le cause per cui tale complicazione può riguardare una sola mammella e non entrambe i seni allo stesso modo, non sono ancora totalmente chiari. Gli studi ed i test condotti finora hanno portato a risultati differenti e spesso contrastanti tra loro. Con l’avvento dei nuovi impianti protesici a superficie testurizzata o rivestiti in poliuretano si era ipotizzata la soluzione al rischio di contrattura capsulare ma così non è stato poiché ancora oggi si assiste a casi di contrattura anche con le nuove protesi mammarie anche se, per dovere di completezza e precisione, è doveroso aggiungere che tale rischio è sensibilmente diminuito.
Le procedure per la soluzione della contrattura capsulare dipendono essenzialmente dal grado di quest’ultima ovvero nelle situazioni di contrattura lieve caratterizzate da una capsula periprotesica che non costringe eccessivamente l’impianto quindi non provoca dolore e fastidio alla paziente, si tende a non intervenire chirurgicamente.
Salendo di grado nella classificazione Baker, ovvero quando la costrizione della protesi diventa più seria, il chirurgo plastico può decidere per la manovra detta di “squeezing” che non comporta un nuovo intervento in sala operatoria bensì viene eseguita manualmente direttamente dal medico specialista in chirurgia estetica in sede ambulatoriale senza necessità di anestesia (neanche locale) poiché indolore nella maggior parte dei casi trattati. Tale tecnica ha lo scopo di rompere le fibre che costituiscono la capsula periprotesica e che causano l’indurimento del seno.
Salendo ancora nella classificazione menzionata ovvero in presenza di contratture più severe (definite di grado III e IV) in cui la mammella ha una mobilità quasi nulla, la paziente è dolorante, la mammella risulta fredda al tatto e, fattore determinante, la protesi è evidenziata e deformata dalla costrizione della capsula fibrosa, è necessario ricorrere nuovamente ad intervento chirurgico che nella fattispecie è detto capsulotomia o capsulectomia.
Lo spostamento detto anche dislocamento, slittamento o rotazione, accade quando solo una od entrambe le protesi si spostano dalla sede (chiamata anche cavità o tasca chirurgica) in cui sono state posizionate dal chirurgo. Lo spostamento può avvenire verso l’interno ovvero le due protesi tendono ad avvicinarsi in corrispondenza dello sterno (al centro del torace) ed in questo caso si dice che si verifica una simmastia che è causata dalla comunicazione tra le due tasche che ospitano i rispettivi corpi protesici.
In altri casi invece le protesi tendono a salire verso la cavità ascellare o a scendere in posizione sottomammaria (in quest’ultima circostanza la paziente riscontra del gonfiore nella parte bassa del seno ed i capezzoli sono rivolti verso l’alto in maniera del tutto innaturale).
Tali complicanze post mastoplastica additiva vengono risolte attraverso ulteriore intervento chirurgicovolto a ripristinare il posizionamento dei corpi protesici dopo aver adeguatamente riorganizzato la sede in cui sono ospitati (ovvero la/le tasche). Riguardo la complicanza relativa alla simmastia è possibile risolvere il problema intervenendo chirurgicamente adottando la tecnica che prevede il posizionamento retromuscolare delle protesi mammarie.
La rotazione delle protesi all’interno della tasca chirurgica è un rischio che provoca conseguenze solo se si sono adottati impianti protesici di tipo anatomico (a goccia) che per loro stessa natura e forma necessitano di un posizionamento bel preciso.
Per evidenti motivi, tale complicanza non si verifica utilizzando protesi di tipo rotondo dette anche simmetriche.
Anche in questo caso è necessario un nuovo intervento chirurgico volto a riposizionare gli impianti protesici anche se è necessario ribadire che la preparazione e l’esperienza del medico specializzato in chirurgia estetica che effettua l’intervento è sicuramente rilevante soprattutto nella delicata fase di preparazione delle tasche chirurgiche che conterranno tali tipi di protesi e che, se adeguatamente ricavate rispettando le ramificazioni nervose ed il tessuto mammario circostante, tendono ad annullare o quasi il rischio di rotazione.
Come visto in precedenza in questa stessa pagina che elenca i rischi connessi all’intervento di mastoplastica additiva per l’aumento del seno, per dovere di completezza e trasparenza nei confronti delle pazienti che comunque saranno sempre ragguagliate sulle procedure adottabili e sulle relative conseguenze in sede di visita pre-intervento con il Dr. Clemente Zorzetto, è doveroso aggiungere e descrivere, per quanto possibile, il potenziale rischio di perdita di sensibilità del capezzolo e/o dell’areola sia esso circoscritto nel tempo (quindi destinato a risolversi) oppure permanente.
Per non allarmare tutte coloro che navigano in Internet alla ricerca di informazioni poiché intenzionate a sottoporsi ad intervento estetico per l’aumento del volume del seno, diciamo subito che il rischio di rimanere (nel lungo periodo) con capezzoli o areola lesionati ed insensibili è assai remoto con le nuove tecniche di chirurgia estetica ed affidandosi a mani esperte che hanno già portato a termine con successo molti interventi.
Soprattutto trattando questo rischio non è retorico ne auto-promozionale affermare che l’esperienza del chirurgo plastico è il valore aggiunto che determina il successo dell’operazione poiché è proprio preparando le sedi in cui alloggeranno le protesi che è necessaria la massima attenzione e cura per stressare il meno possibile le terminazioni nervose intercostali e quelle che irrorano il seno, in particolare l’areola, e che sono anche responsabili della naturale capacità erettile dei capezzoli.
Come descritto nella sezione riguardante il periodo post-mastoplastica additiva, l’alterazione della sensibilità ai capezzoli (intesa come maggiore sensibilità o assenza di quest’ultima) è da considerarsi fisiologica nella quasi totalità degli interventi e non prevedibile nelle rispettive differenti manifestazioni e gradi poiché strettamente connessa alla reattività della paziente. Tale momentanea alterazione della sensibilità o insensibilità totale si risolve, di norma, in un tempo anch’esso variabile che è possibile stimare in pochi mesi fino ad arrivare ad un anno circa.
Diverso è il caso di perdita di sensibilità ai capezzoli od all’areola derivante da intervento di mastopessi (con o senza aggiunta di protesi) con scollamento e riposizionamento delle parti indicate.
L’asimmetria mammaria dopo l’intervento chirurgico di mastoplastica additiva è sicuramente uno dei cattivi risultati della chirurgia estetica e può essere visto e catalogato come rischio se inteso come errata scelta del medico specialista e, conseguentemente, come cattivo operato di quest’ultimo.
L’asimmetria delle mammelle a seguito dell’ingrandimento del seno, che può essere facilmente individuata anche dalla paziente stessa, si concretizza nella sensibile differenza tra un seno e l’altro per quanto riguarda il volume delle mammelle ma con maggiore evidenza per quanto concerne il posizionamento delle stesse. In altre parole, un seno può risultare più alto o più basso rispetto all’altro andando così a snaturare la simmetria antecedente l’intervento di chirurgia plastica (ovviamente partendo dal presupposto che detta naturale simmetria fosse presente).
La complicanza della asimmetria mammaria si risolve con un intervento chirurgico che ha lo scopo di riposizionare gli impianti dopo aver ritoccato, se necessario, le sedi in cui saranno riposti.
Ci si accorge della rottura delle protesi, con una conseguente ed inevitabile perdita del contenuto quando il volume degli impianti diminuisce con il tempo. Se si sono utilizzate protesi con gel coesivo, il silicone non esce e la forma si mantiene inalterata. In ogni caso, la rottura degli impianti protesici o la fuoriuscita di gel non comporta danni per la salute. Una volta resisi conto dell’avvenuta rottura, si procede chirurgicamente con la loro sostituzione (Questa situazione è da considerarsi tra i rischi assai remoti, fino a questo momento non ancora avvenuta nella carriera del Dr. Clemente Zorzetto).